Eni – Il 2017 di eccellenza e il piano al 2021

La oil company italiana si prepara a cambiare pelle mentre presenta ai soci risultati di eccellenza, conseguiti grazie alla valenza di un modello di business sostenibile e pronto a cogliere le opportunità di uno scenario di riferimento leggermente al di sotto delle attese della vigilia, ma decisamente migliore del passato. Modello e scenario grazie ai quali dovrebbe segnare ulteriori passi avanti anche il nuovo piano al 2021 a cui lavora il team che affianca Claudio Descalzi al vertice del gruppo.

Eni archivia i conti al 30 settembre con dati superiori alle più rosee previsioni e si prepara a presentare ai soci un bilancio di eccellenza in pressoché tutti i business in cui è attivo.

Il 2017 dovrebbe infatti chiudersi nel solco dei successi dei primi nove mesi e presentare una produzione media di oltre 1,8 milioni di barili al giorno, la più elevata dal 2010, ed un Ebitda superiore ai 13,65 miliardi, in crescita di oltre il 38 per cento, mentre l’Ebit dovrebbe mettere a segno un balzo del 140% e superare i 5,6 miliardi grazie al contributo di tutte le aree operative del gruppo.

Una dinamica in divenire come testimoniano le proiezioni elaborate sulla base degli studi degli analisti, a loro volta sostenute dalla credibilità del piano presentato il primo marzo a Londra e sullo sfondo di uno scenario più negativo del previsto.

Questo anche se i dati di riferimento non considerano ancora le nuove proiezioni a cui sta lavorando il team che affianca Claudio Descalzi al vertice dell’Eni. Un documento che troverà forma completa nei prossimi mesi, anche se le aspettative indicano già oggi progressi significativi.

I dati relativi al prossimo biennio dovrebbero quindi superare anche quelle aspettative che secondo il consensus degli analisti ricavato da Bloomberg indicano per il 2018 un Ebitda in crescita di oltre il 13% a 15,5 miliardi, mentre l’Ebit dovrebbe mettere a segno una performance di oltre il 35% e superare i 7,6 miliardi grazie al contributo di tutte le aree operative del gruppo.

Il livello di sostenibilità è dimostrato anche dalla capacità di generare un free cash flow crescente. E ciò dovrebbe consentire al gruppo di mettere a segno una ulteriore riduzione dell’indebitamento, atteso il prossimo anno a poco più di 11 Miliardi rispetto agli oltre 12 del 2017.

Esercizio nel quale il debito dovrebbe ridursi di ben tre miliardi dimostrando la validità di quel dual exploration model grazie al quale sarà possibile rafforzare ulteriormente la solidità patrimoniale dell’Eni. Basti pensare al riguardo la recente formalizzazione della cessione del 25% a ExxonMobil del campo 4 in Mozambico per 2,8 miliardi di dollari ed una plusvalenza decisamente importante.    

Il tutto all’interno di un modello di business che grazie proprio alle iniziative adottate è in grado di rendere cash positive anche i progetti di investimento più ambiziosi. Risultati conseguiti merito anche la capacità di execution di quel team che oggi è al lavoro per predisporre il nuovo piano al 2021 che verrà poi presentato agli investitori all’inizio della primavera 2018.

Un documento caratterizzato da ulteriori progressi in tutte le aree d’affari, ma anche dall’accelerazione dei piani di diversificazione nelle fonti energetiche con relativo aumento della componente rinnovabile, ma non solo.

Risultati e prospettive apprezzate dagli analisti, che a maggioranza ribadiscono l’indicazione di acquisto con 17 buy, mentre otto suggeriscono di alleggerire le posizioni ed i restanti si posizionano sul mantenere i tioli in portafoglio. E tutto ciò mentre il titolo in borsa ha segnato nell’ultimo anno una lieve sottoperformance anche a causa di scenari macro non favorevoli e a un momento congiunturale difficile per tutto il settore per le tensioni internazionali.

Claudio Descalzi, Ceo dell’Eni, illustra risultati e priorità strategiche

Il prossimo Piano quadriennale lo stiamo definendo, dice l’Amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, “ma è chiaro che sarà in linea con la strategia che stiamo portando avanti con successo e che ci ha consentito di raggiungere il più alto livello di produzione degli ultimi anni e di riportare all’attivo business come la Raffinazione e la Chimica, che erano tradizionalmente in perdita”.

Claudio Descalzi

Nei primi nove mesi dell’anno, prosegue Descalzi, “abbiamo generato cassa per 6,8 miliardi di euro, superando di gran lunga l’ammontare dei nostri Capex, pari a 5,7 miliardi di euro. Questo implica che nel 2017 otterremo una copertura organica degli investimenti e dei dividendi, interamente corrisposti per cassa, in corrispondenza di un prezzo Brent di 60 dollari a barile, come annunciato a inizio anno”.

Un livello di sostenibilità che, aggiunge il Ceo dell’Eni, “scende a 45 dollari tenendo conto delle operazioni legate al nostro dual exploration model, vale a dire la valorizzazione delle nostre quote in eccesso nei progetti più rilevanti, come Zohr in Egitto e come il Mozambico. Risultati raggiunti grazie ai progressi compiuti nella realizzazione della nostra strategia”.  

Un terzo trimestre “eccellente” per un 2017 da ricordare

Nel terzo trimestre del 2017, spiega Descalzi, “abbiamo conseguito risultati eccellenti, con un utile operativo quasi quadruplicato, un risultato netto in aumento di oltre 700 milioni ed un flusso di cassa operativo in netta crescita rispetto al terzo trimestre del 2016”.

Gli investimenti, prosegue il capo azienda, “seguono nel contempo un andamento in linea con le aspettative, con una riduzione del 18% mentre nell’Upstream la produzione di idrocarburi è cresciuta del 7% al netto dei tagli imposti dall’Opec e dell’effetto prezzo”.

Buone notizie anche dagli altri business del gruppo in quanto, completa il Ceo dell’Eni, “i Downstream di R&M e chimica raddoppiano il risultato e superano le aspettative beneficiando del nuovo assetto industriale, oggi ottimizzato ed in grado di cogliere le opportunità di crescita del mercato, mentre per il G&P prevediamo da quest’anno un risultato strutturalmente positivo”.

I dati al 30 settembre 2017 – l’upstream al top dal 2010

La produzione media di petrolio del terzo trimestre ha superato gli 1,8 milioni di barili giorno, con una media a nove mesi pari a 1,79 milioni di boe giorno, ed è cresciuta del 5% sul 2016, ma la performance sale al 7% tenendo conto degli effetti dei PSA e dei tagli Opec. Risultati grazie ai quali, puntualizza Massimo Mondazzi, CFO di Eni, “prevediamo di raggiungere il livello di produzione più elevato dal 2010 con 1,815 milioni di barili al giorno”.

Buone notizie anche nell’esplorazione, ove, prosegue il Cfo dell’Eni, “abbiamo ottenuto un importante successo nell’area 1 in Messico, aumentando le risorse scoperte complessive ad 1,5 miliardi di barili equivalenti (boe) e confermando l’obiettivo annuale di 800 milioni di barili di risorse scoperte con un costo unitario di un dollaro”.

Nel contempo, completa sull’argomento, “la produzione del primo gas di Zohr è prevista entro la fine dell’anno, mentre stanno crescendo meglio del previsto gli altri startup principali: dall’East Hub nel Block 15/06 in Angola, a Jangkrik in Indonesia e all’OCTP in Ghana. E tutto ciò insieme alla crescita del prezzo del barile ci ha permesso di triplicare l’Ebit del settore rispetto al 2016”.

Modello di sviluppo e dual exploration, due eccellenze”

Risultati di rilevanza assoluta e conseguiti merito la capacità di execution dimostrata dal gruppo anche perché “il modello di sviluppo dei campi ed il dual exploration model sono due fiori all’occhiello della nostra strategia”.

Più in particolare, prosegue Mondazzi, “Il modello di sviluppo dei campi è basato sulle nostre competenze interne e su una cadenza a fasi che ci consente di ridurre i rischi di esecuzione ed economico-finanziari. Il nostro dual exploration model prevede invece l’acquisto di partecipazioni molto elevate nei progetti esplorativi, la ricerca e scoperta delle risorse a cui segue la vendita delle quote valorizzate, mantenendo però il controllo delle attività”.

E tutto ciò completa il CFO di Eni “non vuol dire depauperare le risorse, ma valorizzarle al meglio, limitando i rischi di esposizione legati alle enormi dimensioni dei progetti e rendendoli fin da subito cash positive”.

I dati al 30 settembre 2017 – il mid-downstream

Superiori alle attese anche i risultati conseguiti nel mid-downstream, ove, puntualizza Massimo Mondazzi, “sono stati evidenti i risultati della nostra strategia di trasformazione e la solidità del nostro turn around. In questo ambito abbiamo infatti registrato un Ebit di circa 900 milioni di euro, grazie al positivo contributo di tutte e tre le aree di business in cui si articola la nostra attività nel comparto: Gas & Power, Refining & Marketing e chimica”.

Più in particolare, spiega Mondazzi, “il Gas & Power ha continuato a progredire nella sua ristrutturazione e arriverà quest’anno a raggiungere l’obiettivo di un risultato positivo e strutturale per la prima volta dopo sei anni”.

Buone notizie anche dal Refining & Marketing, “che continua il suo trend di forti risultati, con un Ebit positivo più che raddoppiato a 455 milioni merito i risultati della raffinazione e della performance del marketing retail, il cui Ebit è salito a 340 milioni di euro. Nella raffinazione abbiamo ridotto il breakeven dei margini di raffinazione, previsto sotto i quattro dollari al barile nel 2017 e proiettato lungo un percorso che lo porterà a tre dollari nel 2018 rispetto agli oltre sette del 2014”.

Ancora meglio lo scenario della chimica, che nei nove mesi, dice il CFO di Eni, “ha raggiunto un nuovo record ed ora punta al miglior risultato annuale della sua storia”. In questa prima parte dell’esercizio il settore ha infatti “generato un Ebit di oltre 420 milioni di euro”.

E questi tre business (G&P, R&M e Chimica) hanno generato a fine settembre un cash flow operativo superiore a 1,2 miliardi e un free cash flow di quasi 900 milioni, compresi i vantaggi derivanti dalla vendita del business retail gas & power in Belgio . Nel complesso, conclude Mondazzi, “la società ha generato nei nove mesi del 2017 3,8 miliardi di Ebit, con un incremento di 2,8 miliardi rispetto allo scorso anno”.  

I dati al 30 settembre 2017 – Cassa, capex e sostenibilità

Nei nove mesi, spiega poi Massimo Mondazzi, “abbiamo generato 6,8 miliardi di cash flow operativo, che ha più che coperto il nostro Capex, pari a 5,7 miliardi di euro. Questo implica che siamo in grado di fare fronte sia agli investimenti sia ai dividendi, corrisposti interamente per cassa, a un prezzo del brent a 60 dollari”.

E questo risultato, prosegue il CFO di Eni, “avrebbe potuto essere ancora più forte, considerando le prestazioni non ancora ottimizzate a Kashagan e Goliat e la riduzione one-off della produzione in Val d’Agri”.

Su base annuale, Eni conferma così la copertura organica di investimenti e dividendi a circa 60 dollari a barile anche se “la nostra generazione di cassa organica è ulteriormente rafforzata dal dual exploration model, che ci permette di anticipare il flusso di cassa delle future produzioni attraverso le derivanti dalle nostre principali scoperte”.

Più in particolare, nel corso del 2017 e grazie principalmente alle cessioni del Mozambico e di Zohr, “avremo un cash-in di 3,7 miliardi, di cui 1,5 sono stati incassati nei primi 9 mesi. E ciò ridurrà a meno di 45 dollari la nostra neutralità di cassa complessiva, uno dei valori  più bassi del settore”.

Le ipotesi su cui costruire il nuovo piano al 2021

“I risultati conseguiti in questo 2017 hanno superato i diversi importanti target che ci eravamo dati e ci confortano sulla congruità delle nostre strategie, come riepilogate nel piano strategico al 2020 illustrato lo scorso 1 marzo a Londra”, spiega Massimo Mondazzi.

Ed è anche per questo che, sottolineano gli osservatori, “il nuovo piano a cui il management di Eni sta lavorando, manterrà ancoraggi solidi con quello attualmente in esecuzione, pur consentendo alla compagnia margini di possibile miglioramento se lo scenario complessivo si confermerà in scia all’attuale”.

Scenario grazie al quale i risultati dell’esercizio in corso dovrebbero confermarsi nel solco dei primi nove mesi, e quindi migliori delle attese elaborate un anno fa. Proprio perché nei primi nove mesi dell’anno i dati si sono dimostrati superiori alle attese in pressoché tutte le aree di business ed in tutti i target che Eni si era posta.

Il contesto operativo delle oil company

Il contesto in cui ci muoviamo, sottolinea Mondazzi,  “dipende fondamentalmente da due fattori: dal prezzo del greggio e, in termini più prospettici, dal tema relativo ai limiti alla produzione indotti dai limiti alle emissioni di CO2. Sono questi i due grandi cambiamenti intervenuti negli ultimi anni e che hanno creato una doppia tempesta sul mercato”.

Il primo tema, puntualizza il Cfo di Eni, “è legato alla nuova produzione americana, prima di gas e poi di olio, che ha generato un eccesso di offerta con effetti dirompenti sui mercati, anche se solo di breve termine e prevalentemente in termini di aspettative”. La produzione americana “è stata inizialmente vista come un Bengodi senza limite, con volumi infiniti e con costi destinati a crollare, rendendo economicamente producibili tutte le riserve individuate e quindi con previsioni di prezzi in picchiata”.

“Negli ultimi mesi stiamo invece capendo che probabilmente non sarà così”, precisa Mondazzi. In effetti la nuova produzione non convenzionale cresce meno rapidamente delle attese, mentre i risultati economico/finanziari non sono mai decollati, mettendo in luce produzioni in perdita non solo con un olio a 35 dollari a barile come nel recente passato ma anche con prezzi oltre i 50 dollari come adesso.

Uno scenario in forte movimento

Nello stesso contesto di prezzo, spiega poi il CFO di Eni, “le attività convenzionali degli stessi portafogli è invece tornata in utile. Alcuni produttori negli USA, inoltre, cominciano a dire che alcuni bacini delle attività non convenzionali sono convenienti mentre altri non lo sono, e quindi sarà necessario selezionare con cura quelle su cui far convergere gli investimenti”.

Da queste comparazioni emerge inoltre come la produzione convenzionale resti molto più conveniente e quindi, prosegue Mondazzi, “dopo la prima ondata di entusiasmo, si inizia a pensare che non tutte le riserve censite potranno entrare in produzione e molte attive dovranno essere abbandonate”.

E tutto ciò ha trovato conferma in dati oggettivi quali la dinamica borsistica poiché negli ultimi mesi le società americane dell’unconventional hanno perso circa il 30% del loro valore, mentre si rafforzano i dubbi che da queste attività possa derivare un grande eccesso di offerta con le tecnologie ed i vincoli ambientali esistenti.

Il tema delle emissioni di co2 e la compatibilità economica

Gli ultimi scenari sull’utilizzo delle varie fonti di energia elaborati dalla IEA al 2035 mostrano una netta riduzione nel consumo di carbone ed un parziale contenimento dell’olio, accanto ad un incremento del gas e delle rinnovabili.

Più in particolare, l’incidenza dell’olio fra le fonti scenderà dal 31% attuale al 26,8% del 2035 e quindi, precisa il CFO di Eni, “per non subire contraccolpi dobbiamo stare lontani da quel 5% che verrà spiazzato in quanto più inquinante e quindi più costoso, poiché dovrà pagare più certificati, mentre il non convenzionale, tipo tar sands canadese, non converrà più strategicamente”.

Noi quindi, completa Massimo Mondazzi sull’argomento, “dovremo restare nelle attività convenzionali, lavorando sull’efficienza e sui costi, iniziando nel contempo a muoverci con più determinazione nel mondo delle rinnovabili”.

Innovativi e complementari per crescere in armonia

“Quando l’Eni decide di entrare in un business ‘diverso’ vuole farlo e lo fa utilizzando tutte le competenze che ha. E questo per evitare di diversificare totalmente e quindi di fare un salto nel buio”

Ed è anche per questo che noi, ricorda Mondazzi, “stiamo lanciando un’idea di complementarietà di questo business e ci stiamo proponendo nei paesi dove siamo già presenti come fornitori alternativi di energia. Non solo olio e gas, ma anche rinnovabili, offrendo un pacchetto completo”.

E siamo partiti prima con i progetti italiani anche perché, prosegue, “avevamo vantaggi di posizione, ad esempio il terreno di proprietà. Poi il passo successivo è stato quello di abbattere l’autoconsumo del gas dei nostri campi per sostituirlo con l’energia prodotto da pannelli fotovoltaici”.

In seguito, conclude il CFO di Eni, “passeremo da iniziative di nicchia a iniziative su scala greenfield a più ampio raggio. Offriremo pacchetti che andranno a vantaggio innanzitutto del Paese che ci ospita, perché è interesse di questi paesi poter disporre di una fonte alternativa e non essere completamente dipendenti da olio e gas”.

Le proiezioni al 2018-2019

Scenario e prospettive grazie le quali il gruppo dovrebbe superare le già positive proiezioni elaborate dagli analisti, il cui consensus mette in luce per il 2018 un Ebitda in crescita di oltre il 13% a 15,5 miliardi dopo lo scatto del 38% a 13,65 miliardi del 2017 mentre la redditività espressa dell’Ebitda margin si dovrebbe fissare al di sopra del 22% con un balzo di quasi 5 punti rispetto al 2016 e dopo essersi avvicinata

Ancora più forte lo sviluppo dell’Ebit, dovrebbe mettere a segno una performance di oltre il 35% e superare i 7,6 miliardi grazie al contributo di tutte le aree operative del gruppo. E ciò dopo che le stime sul 2017 mostrano un balzo del 140% a 5,6 miliardi. dati dai quali si ricava un Ros 2018 quasi triplicato all’11% rispetto al 4,2% del 2016 ed alla stima dell’8,6% dell’esercizio in corso.

Il livello di sostenibilità è ben rappresentato dai saldi netti poiché il 2017 dovrebbe chiudersi con 2,2 miliardi di utili rispetto al rosso di 1,05 del 2016 per poi salire a 2,7 miliardi nel 2018. Sostenibilità ben espressa dalla capacità di generare un free cash flow crescente e che dovrebbe inoltre consentire al gruppo di mettere a segno una ulteriore riduzione dell’indebitamento, atteso il prossimo anno a poco più di 11 Miliardi rispetto agli oltre 12 del 2017, quando il debito si è ridotto di ben tre miliardi sul 2016 dimostrando la validità del dual exploration model, implementando e rafforzando ulteriormente la solidità patrimoniale dell’Eni.

Dagli analisti un coro di buy

Sono ben 34 gli analisti che seguono l’Eni e di questi 17 consigliano di acquistarlo, mentre nove suggeriscono di mantenere il titolo in portafoglio e solo 8  di alleggerire le posizioni. Ecco alcuni estratti delle posizioni degli specialisti sull’Eni.

Citi consiglia di comprare con target price a 15,7 euro. I risultati del terzo trimestre 2017 sono stati leggermente sopra le attese. Sui nove mesi il trend è migliore e porta Eni vicino all’apice nel settore. L’ultimo trimestre, grazie alla stagionalità del settore, dovrebbe migliorare ulteriormente.

Deutsche Bank fissa il target price a 14,5 con raccomandazione Hold. Per la Sim tedesca Eni ha un reale margine di miglioramento nei risultati di cassa, anche se a penalizzare la valutazione del titolo hanno influito il rafforzamento del cambio euro/dollaro e un calo delle stime del CFFO (cash flow from operations).

Kepler Cheuvreux ribadisce l’Hold con prezzo obiettivo a 14,5 euro anche perché i risultati del 3 trimestre sono stati positivi e leggermente superiori alle aspettative, ma sono stati impattati negativamente da una tassa una tantum di 150 milioni imposta dalle autorità angolane. Nei nove mesi Eni ha generato 6,6 miliardi di cassa con il Brent a 52 dollari al barile. Con il Brent a 52 dollari anche nel quarto trimestre gli analisti si aspettano un flusso di cassa pari a 2,1 miliardi di euro.

Goldman Sachs rilancia il Buy con target a 17 euro nonostante i risultati del 3Q siano stati inferiori alle attese anche a causa della tassa imposta dalle autorità angolane. Il giudizio positivo è sostenuto dalle aspettative su un free cash flow in forte crescita nel 2018.

Mediobanca conferma l’Outperform con prezzo a 20 euro anche se i risultati del terzo trimestre sono stati inferiori alle aspettative, influenzati dalla tassa in Angola e dall’interruzione dell’impianto in Val d’Agri. Nonostante ciò gli analisti confermano un 2018 in miglioramento, con un BE al di sotto dei 60 dollari al barile grazie soprattutto agli alti volumi e ai margini.

Societe Generale rilancia il Buy con target a 16 euro, anche se i risultati del terzo trimestre sono stati leggermente al di sotto delle aspettative. I giudizi positivi sono sostenuti dalle aspettative sul 2018 grazie a una domanda di oil prevista in crescita e ulteriori tagli alla produzione come da accordi tra Opec e Russia, con una previsione sul Brent di 52 dollari al barile. Notizie tutte positive per Eni che dovrebbe vedere un 2018 di eccellenza.

Equitasim conferma il buy con prezzo a 16,5 euro e rilancia le stime sull’Ebit per il 2017-20. Secondo gli analisti Eni è sulla strada giusta per confermare i target al 2017 e potrebbe anche migliorarli.

Intermonte ribadisce l’Outperform con target a 16,5 euro nonostante i risultati leggermente sotto le aspettative del 3Q 2017. Secondo gli analisti Eni, grazie alla solida generazione di cassa, continua a essere un buon investimento.

Jefferies consiglia il Buy con prezzo obiettivo a 17 euro e continua a credere che abbia uno dei più solidi free cash flow al 2020 e che le aspettative per il 4Q 2017 siano positive.

Oddo Bhf rilancia il Buy con target price a 17,5 euro e si aspetta un miglioramento nel quarto trimestre 2017, dopo i risultati inferiori alle aspettative del 3Q, con una crescita del cash flow e una riduzione del capex.

Borsa

Il titolo Eni ha archiviato le ultime cinque sedute sostanzialmente invariato, chiudendo venerdì a 13,91 in linea all’Eurostoxx di settore, meglio del Ftse Mib, che ha sofferto prevalentemente della debolezza del settore bancario.

A sostenere le quotazioni del gruppo nella scorsa ottava hanno contribuito il positivo news flow tra le quali il closing della vendita del 25% dell’area 4 in Mozambico, e il rialzo dei prezzi del petrolio, che nel corso della settimana ha toccato i massimi di oltre due anni e mezzo beneficiando anche della chiusura del più importante oleodotto del Mare del Nord.

Estendendo il periodo di analisi a inizio anno, si rileva che il titolo ha lievemente sottoperformato con un -4,5% ytd, rispetto al -3,5% registrato dall’indice settoriale europeo e al +15% del principale listino italiano. Il settore oil & gas continua infatti a soffrire l’incertezza relativa all’outlook del mercato petrolifero, ancora alle prese con un problema di eccesso di offerta a livello globale.

L’Opec stima che un riequilibrio del mercato non avverrà prima della fine del 2018, dato che gli effetti del piano di tagli alla produzione varato dai principali paesi esportatori e la Russia rischiano di essere rallentati dall’incremento dell’output degli Stati Uniti.

La capacità operativa di Eni e la strategia di dismissioni volta anche a sostenere la generazione di cassa hanno comunque consentito una buona tenuta del titolo nonostante le difficoltà del settore petrolifero. Il gruppo, inoltre, continua a raccogliere il favore degli analisti, anche grazie al mantenimento del dividendo che garantisce uno yield di circa il 5,7%.