Dopo la Fed e la Bce – Il destino del dollaro

L’inaspettata rivalutazione del dollaro da inizio anno, associata alla risalita dei tassi di interesse statunitensi, ha lasciato alcuni strascichi negativi in particolare sui mercati emergenti, gli unici a soffrire una vera correzione da gennaio sia nel comparto obbligazionario sia in quello azionario, e tuttora in essere.

La preoccupazione per il destino di alcune economie assai correlate all’andamento della valuta statunitense, quali Argentina, Brasile, Messico e Turchia, per la quantità di debiti in quella valuta, ripropone il dilemma del futuro del dollaro nel secondo semestre del 2018.

La scorsa settimana, l’atteggiamento restrittivo delle due principali banche centrali – Fed e Bce – ha rilanciato l’ipotesi che la moneta unica possa riprendere la leadership svanita da inizio anno.

In realtà, i meccanismi e le dinamiche che influenzano le divise sono molteplici e ultimamente non sempre seguono la dinamica macroeconomica dell’andamento dei tassi di interesse e l’entusiasmo nei confronti del biglietto verde sembra riconfermato dopo i comunicati delle due banche centrali.

Quali variabili influenzano il dollaro

L’effetto del passaggio della politica monetaria da ultra espansiva a moderatamente restrittiva da parte della Fed, negli ultimi due anni, è stato compensato dall’onda del ciclone Trump. Dall’inizio della sua presidenza, anzi dalla sua elezione, la divisa statunitense si è infatti deprezzata sensibilmente passando da 1,05 fino a 1,25 con sorpresa di molti operatori economici.

Nel momento in cui analisti ed economisti avevano già celebrato il funerale al dollaro, la valuta a stelle e strisce ha messo, invece, a segno un colpo di reni significativo, rimbalzando fino agli attuali 1,16 nei confronti dell’euro.

Tale rivalutazione ha messo in difficoltà alcune economie emergenti, in particolare Argentina e Turchia, entrambe afflitte da problemi economici e tensioni politiche, e le cui valute si sono svalutate rispettivamente del 30% e del 19% da inizio anno.

Il biglietto verde ha iniziato a rafforzarsi proprio in concomitanza con l’approvazione della manovra fiscale da parte della nuova amministrazione americana, la più draconiana degli ultimi quaranta anni. Anche in questo frangente, dal punto di vista logico, ci si sarebbe atteso che il dollaro si indebolisse, in quanto nel prossimo decennio il bilancio federale si appesantirà con un aumento del deficit e del debito pubblico in relazione alla necessità di aumentare le emissioni di titoli di Stato.

Ciò che traina la divisa nazionale è anche il buon andamento complessivo dell’economia domestica che risulta in crescita stabile, tra il due e il tre per cento, in piena occupazione e con un’inflazione in salita, ma sotto controllo.

I dati macro economici confortanti hanno sicuramente spinto al rialzo la valuta e questo trend potrebbe proseguire grazie al rafforzamento della crescita previsto per il corrente trimestre.

Quali variabili influenzano l’euro

Il desiderio di Draghi di mantenere l’euro debole sembra recentemente più condizionato dalla forza del dollaro che non dagli ultimi colpi del Quantitative Easing.

La debolezza della moneta unica è anche coincisa con un rallentamento della crescita economica nell’area euro nei primi tre mesi dell’anno, che potrebbe perdurare anche nei prossimi trimestri.

Inoltre, la Bce non alzerà i tassi prima della metà del prossimo anno, un’eventualità che penalizzerà l’euro nei confronti del dollaro.

Le previsioni

I fondamentali sopra evidenziati pendono per una possibile ulteriore rivalutazione del dollaro nei confronti dell’euro, ma lo scenario non è così radicalmente cambiato rispetto alla fine dello scorso anno, periodo nel quale il dollaro continuava a deprezzarsi.

Tuttavia, fare previsioni definitive sulle valute risulta sempre assai azzardato. Il rally dell’euro successivo all’elezione di Trump non era stato previsto e ha sorpreso anche i più scettici.

Secondo gran parte degli osservatori, il forte rimbalzo del biglietto verde è destinato ad affievolirsi nelle prossime settimane, ma si tratta forse più di un auspicio che di una convinzione, nella speranza che la pressione sulle valute emergenti possa attenuarsi assai velocemente.