Collasso del petrolio ieri notte che ha portato il greggio ai livelli di minimo da cinque mesi con il Wti che questa mattina quota a 44,5 dollari (-7%) e il Brent a 47,5 dollari (-7%). Le quotazioni dell’oro nero hanno dunque rotto la linea del canale rialzista presente sul mercato dal minimo dell’agosto 2016 a poco più di 39,5 dollari.
I prezzi raggiunti a 45 dollari, sono stati i più bassi dal 29 novembre, eliminando così tutti i guadagni di mercato che hanno seguito l’annuncio fatto a fine 2016 dall’Opec circa il taglio della produzione.
Il crollo verticale del petrolio è stato innescato da diverse ragioni. Tra le principali sicuramente alcune dichiarazioni di diversi delegati Opec che hanno dichiarato che le probabilità dell’estensione dell’accordo per il taglio della produzione sono nettamente diminuite. Il tutto a venti giorni dal meeting ufficiale Opec che dovrà affrontare proprio questo tema.
Pesa sicuramente il continuo incremento delle trivellazioni Usa che stanno portando con se l’aumento della produzione shale. Per intenderci, la produzione di settimana scorsa ha raggiunto 9,2 milioni di barili al giorno (+5,3% a/a, +469 mila barili al giorno).
C’è poi il problema anche lato domanda. Infatti il secondo consumatore al mondo, la Cina, ha mostrato segnali di debolezza. La crescita del settore dei servizi in Cina ha infatti rallentato al minimo da un anno in aprile, appesantita dai timori di un raffreddamento della crescita economica, che ha intaccato la fiducia delle imprese.
Tutto dunque appare legato a quello che sarà deciso il 25 maggio e la ventina di giorni che ci separano da tale data molto probabilmente vedranno forte volatilità sul mercato petrolifero.
Il tutto ovviamente non rende facile la vita per le società del settore, sia le oil company, come Eni, ma soprattutto le oil services, come Saipem, che dipendono dagli investimenti di questi colossi. Investimenti che, naturalmente, al calare del prezzo del petrolio trovano sempre meno giustificazione.

























