Il 2017 è stato un importante anno di svolta per il settore bancario tricolore. Un anno in cui, nonostante il processo non sia stato indolore, l’Italia è riuscita lasciarsi alle spalle il momento più critico per gli istituti di credito e a risolvere le situazioni più spinose, trovando un assetto per le banche traballanti.
Quelle che, soffocate da un peso eccessivo delle sofferenze, si sono trovate in difficoltà rischiando di innescare una reazione a catena in grado di portare seri contraccolpi su tutta l’economia.
I cambiamenti non sono tuttavia finiti e la trasformazione del sistema andrà avanti ancora e il ritmo potrebbe accelerare. La regolamentazione, l’innovazione tecnologica e i cambiamenti di mercato impongono una rapida revisione del modello di business.
Il 2018 sarà quindi ancora un anno di grande impegno e rinnovamento per le banche italiane.
Ma ripercorriamo le tappe più importanti del 2017 per arrivare poi ad esaminare quali saranno i driver del settore nel 2018.
Il 2017 lasciava alle spalle un anno horribilis. Nel 2016 l’indice delle banche aveva perso il 38,3%, dopo che era stato focalizzato il problema dell’eccessivo peso delle sofferenze bancarie, a cui si era aggiunta la batosta arrivata a giugno dal voto sulla Brexit.
Diverse banche necessitavano di un rafforzamento patrimoniale e il Fondo Atlante, finanziato dalle stesse banche per intervenire sul mercato con l’acquisto di Npl e il finanziamento di banche in crisi, non era riuscito a intaccare la situazione.
Per questo, lo scorso febbraio, è intervenuto il governo con il decreto salva-banche che ha messo in campo 20 miliardi per tappare le falle del sistema. E a una a una sono state sistemate le partite più delicate.
L’indice di settore è riuscito quindi a chiudere l’anno con un incremento del 14,9%, battendo l’indice Ftse Mib di 1,3 punti e facendo meglio dell’indice Euro Stoxx Banche che ha guadagnato il 10,9 per cento.
La prima a intervenire nel 2017 è stata Unicredit che a febbraio ha varato un aumento di capitale da 13 miliardi, realizzato con successo sul mercato e finalizzato alla pulizia dei crediti deteriorati avvenuta tramite una maxi cartolarizzazione da 17,7 miliardi.
A maggio è stato il turno di Ubi che messo in sicurezza, comprando per un euro, simbolico le Good Bank, cioè la parte sana di Banca Etruria, Banca Marche e Carichieti, ripulite dai crediti deteriorati e ricapitalizzate dal Fondo di Risoluzione. L’operazione ha comunque richiesto un aumento di capitale da 400 milioni, che a caldo non era stato apprezzato dal mercato, anche se poi il titolo ha sovra-performato il settore.
Un terzo tassello del riassetto del sistema bancario tricolore è arrivato, a fine giugno, Intesa Sanpaolo che ha rilevato le ex banche Venete. Anche in questo caso la banca guidata da Carlo Messina ha acquisito solo alcune attività e crediti in bonis per il valore simbolico di un euro e una dote messa dallo Stato di 3,5 miliardi per disinnescare l’impatto sui coefficienti patrimoniali.
Ad agosto è scattata la ricapitalizzazione di Montepaschi, con lo Stato che ha portato in sicurezza i conti della banca iniettando 5,3 miliardi tra aumento di capitale e indennizzi dei piccoli risparmiatori coinvolti nel burden sharing.
Un’altra situazione a rischio, quella di Carige, è uscita dalle sabbie mobili e l’ha fatto con le proprie forze, senza ausilio dello Stato, grazie a un piano di rafforzamento patrimoniale da un miliardo messo a punto dal nuovo amministratore delegato Paolo Fiorentino che verteva su un pacchetto di dismissioni e un aumento di capitale realizzato a dicembre.
A una a una sono state quindi disinnescate tutte le micce che potevano avviare una spirale drammaticamente negativa per il settore, il tutto sotto la costante pressione esercitata dalla vigilanza della Bce per una riduzione del peso delle sofferenze sui bilanci. Indicazioni che hanno messo in moto un processo che ha portato le banche a ridurre del 25% il peso dei crediti deteriorati del sistema.
La pressione dell’organo guidato da Danièle Nouy è sfociata nella proposta arrivata ad ottobre di un addendum che fissa alcuni criteri per le rettifiche sui crediti deteriorati. Parametri che dovrebbero portare ad azzerare in due anni il valore netto di carico per i crediti chirografari e in sette anni quelli dei crediti garantiti. Un provvedimento che ha suscitato forti critiche da parte delle banche e della Commissione Europea e la cui adozione, se vedrà in che termini, avverrà nel 2018.
Ma guardando in avanti quali saranno i driver per il settore nel 2018? Grande attenzione verrà ancora posta sullo smaltimento dei crediti deteriorati. Nonostante gli enormi progressi, il peso degli Npl sugli impieghi delle banche della penisola è ancora superiore a quello delle degli altri istituti europei e molte banche italiane hanno già annunciato di volere aumentare i propri obiettivi ponendosi target molto ambiziosi.
Una delle prime operazioni dell’anno sarà l’aumento di capitale da 700 milioni di Creval, proprio finalizzato a supportare una cessione di crediti da 2,1 miliardi. L’emissione dovrebbe avvenire a cavallo tra febbraio e marzo, giusto prima delle elezioni. La ricapitalizzazione, annunciata a fine 2017, ha fatto crollare il titolo per le pesanti dimensioni superiori alla capitalizzazione di Borsa.
Dal punto di vista dell’attività caratteristica, proseguirà la forte attenzione degli istituti di credito verso lo sviluppo delle commissioni e la crescita delle attività di asset management e assicurativa. Il tutto in attesa dei primi segnali di modifica della politica accomodante della Bce che potrebbe portare a un incremento dei tassi con evidenti benefici per il margine d’interesse, negli ultimi anni compresso da tassi ai minimi storici.
Infine, il 2018 potrebbe essere l’anno in cui si iniziano a porre le basi del processo di consolidamento del settore che molti ritengono inevitabile. La fase di aggregazioni potrebbe partire dall’Italia dove è prevista la riduzione degli attori in campo. Sono diversi gli istituti di medie dimensioni che, troppo grandi per beneficiare dei vantaggi delle piccole dimensioni, non hanno la massa critica per raggiungere le economie di scala imposte dalla nuova compliance normativa e dagli investimenti tecnologici necessari per stare al passo con l’evoluzione del settore. In Italia probabilmente si creeranno 4-6 grossi poli.
Bisognerà vedere come sarà giocata la partita da tutti quegli istituti di dimensioni medio-grandi come Banco Bpm e Ubi che si sono già dichiarati consapevoli del fenomeno e attenti alle opportunità. Altri istituti, come Carige, Creval e forse la stessa Montepaschi, potrebbero confluire in un gruppo di maggiori dimensioni che valorizzi gli sforzi di risanamento fatti finora e garantisca un futuro.
Infine per i due campioni nazionali, Intesa Sanpaolo e Unicredit, diversi osservatori ritengono che abbiano la forza e le dimensioni per partecipare a un processo di consolidamento internazionale. Con la speranza che si tratti di un merger tra uguali e non di una vendita a un gruppo estero. Per questo, oltre alle ovvie considerazioni di business e di senso economico dell’eventuale operazione, è anche importante l’esame dell’azionariato che possa esprimere un nucleo di riferimento che non sia annacquato.


























